ANALISI-RECENSIONE di "QUADERNI DI SERAFINO GUBBIO OPERATORE"

Luigi Pirandello


BREVI NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE SULL'AUTORE

Luigi Pirandello nacque a Grigenti (poi Agrigento) il 28 Giugno 1867 da Caterina Ricci Gramitto, la cui famiglia aveva partecipato alle lotte anti-Borboniche a favore dell'Unità d'Italia, e da Stefano Pirandello, garibaldino.
Fra il 1880 e il 1891, spostandosi prima a Palermo, e in seguito a Roma e poi a Bonn, egli completò i propri studi umanistici e, dopo essersi sistemato nella capitale, il 27 Gennaio 1894 sposò, a Grigenti, Maria Antonietta Portulano, da cui ebbe tre figli.
Nel 1904 una frana allagò improvvisamente la zolfara della quale Simone era proprietario.
Lo scrittore si trovò in gravi difficoltà economiche fino quasi al punto di suicidarsi.
Nel 1915, in concomitanza all'aggravarsi della malattia psichica della moglie iniziata undici anni prima, gli morì la madre.
Grazie al successo mondiale del proprio teatro e delle proprie opere letterarie, Pirandello poté viaggiare sempre moltissimo, pur rimanendo sempre molto coinvolto dalla politica nazionale e mondiale.
Il 9 Novembre 1934 ricevette a Stoccolma il premio Nobel per la letteratura.
Morì il 10 Dicembre 1936.
Fra i romanzi citiamo "L'esclusa"(1901), "Uno, nessuno e centomila"(1902), "Il fu Mattia Pascal"(1904); ricordiamo inoltre due saggi "L'umorismo" e "Arte e scienza".
Oltre alle attività giornalistiche e di insegnamento, Pirandello ha comunque sempre prediletto il teatro (è considerato il miglior drammaturgo del 1900).

RIASSUNTO DELLA VICENDA


Una rigida sera di novembre Serafino Gubbio, giovane napoletano attualmente senza impiego, giunge a Roma, dove gli viene offerto un impiego come operatore alla Casa cinematografica "Kosmograph" da Nicola Polacco, amico d'infanzia e compagno di studi, ora regista nella stessa compagnia.
Serafino accetta l'impiego anche perché incuriosito da Varia Nestoroff, un'inquietante avventuriera russa, che, con la propria rapace e crudele personalità aveva distrutto la vita di Giorgio Mirelli, pittore di Sorrento e vecchia conoscenza di Serafino.
Giorgio viveva con la nonna e la sorella Lidia (Duccella), fidanzata ad Aldo Nuti, giovane aristocratico napoletano, attore dilettante e amico del fratello.
Alla vigilia delle nozze tra Giorgio e Varia, Aldo Nuti, per dimostrare all'amico l'indegnità della donna che stava per sposare, ne diviene l'amante.
Giorgio, ferito dal tradimento, si uccide.
L'orrore del tragico evento allontana i due amanti.
Ma Aldo Nuti, diviso tra amore e odio per la donna (che intanto è divenuta prima attrice della Kosmograph), volendo riavvicinarla, si fa scritturare come attore dalla Casa cinematografica.
La Nestoroff è ora l'amante di un attore siciliano, Carlo Ferro, uomo rozzo e violento.
I rapporti di Varia con gli uomini sono oggetto di particolare studio e curiosità da parte di Serafino Gubbio.
Intanto cresce la simpatia provata da Serafino nei confronti di Luisetta, figlia del padrone di casa Cavalena (sciagurato commediografo, a causa di una difficile situazione famigliare), la quale però è, forse a causa della giovane età, ingenuamente attratta dal Nuti.
Alla Kosmograph si prepara da tempo un nuovo film di soggetto indiano, La donna e la tigre, con una scena finale molto rischiosa, in cui un cacciatore dovrebbe affrontare senza alcuna protezione esterna una tigre reale.
Il ruolo del cacciatore è affidato a Carlo Ferro, ma all'ultimo momento Aldo Nuti ottiene di sostituirlo.
L'attore, seguito da Serafino Gubbio con la propria macchina da presa, entra in una grande gabbia, le cui sbarre sono state coperte di tronchi e fronde per simulare la giungla; attorno al set Varia Nestoroff e altri attori assistono alla scena.
Al "si gira", nella gabbia viene introdotta la tigre; Aldo Nuti imbraccia il fucile, ma rivolge la mira, attraverso uno spiraglio tra le sbarre, sulla Nestoroff che cade fulminata; la tigre si lancia su Nuti e lo sbrana prima di essere abbattuta.
A Serafino, che con impassibile professionalità aveva ripreso la scena, la voce, per il terrore, "s'era spenta in gola, per sempre".
Il film, per la morbosa curiosità suscitata dalla "volgare atrocità del dramma", si rivelò un successo e Serafino, ridotto a un "silenzio di cosa", pur acquisendo l'agiatezza continuò "- solo, muto e impassibile - a far l'operatore".

RAPPORTO INVENZIONE - REALTA'


Il romanzo presenta una situazione storica e sociale affine a quella che probabilmente era la reale situazione Italiana nel secondo decennio del ventesimo secolo, periodo in cui l'opera è stata presentata.
Esso è dunque classificabile nell'ottica di una corrente realista, che presenta nello specifico anche un notevole fondo psicologico/filosofico in riferimento all'epoca storica in cui il romanzo stesso è ambientato.
Sono di fatto questi gli anni in cui il cinema muto si sviluppa maggiormente soffocando il teatro, gli anni della grande meccanizzazione della società.
Anni che segnano grandi traguardi della tecnica e della scienza, che portano un segno di riflessione da parte dell'autore.
Un chiaro riferimento alla struttura economica di tale società e di tale epoca è dato dal fatto che, nella propria narrazione, Serafino quantifichi esattamente, in molte circostanze, i costi di molti beni indicandone i prezzi in lire.

PERSONAGGI


Serafino Gubbio "operatore" è il protagonista del romanzo e la voce narrante.
Non compaiono note morfologiche riguardo la sua fisionomia.
Si definisce "operatore" in quanto la propria professione consiste in "una mano che gira una manovella", una mano impassibile di fronte alle azioni che vengono riprese.
Per molti aspetti egli si sente schiavo della macchina da lui azionata, ma allo stesso tempo riesce a sopportare tale situazione isolando il proprio superfluo (ovvero quell'insieme di sensazioni che spingono l'uomo a provare ulteriori esigenze rispetto a quelle di sopravvivenza, e che dunque rendono differente l'uomo stesso dalla bestia).
Dopo aver ereditato una buona somma di denaro, si è orientato verso gli studi umanistici.
Ha impartito lezioni a Giorgio Mirelli alla casa di Sorrento, casa a cui rimane e rimarrà legato non solo per il clima mite e sereno, ma anche per l'amore nutrito verso Duccella.
Gubbio si fa però portavoce della sofferenza dei personaggi con cui vive; li osserva, li analizza, scopre loro la "maschera" facendosi specchio.
Afferma di voler essere l'albergo di tutti, per poter confortare loro con lo stesso conforto che loro stessi pretenderebbero.
Questo proposito muterà poi nell'animo del protagonista fino a ripudiare una realtà assurda e feroce, chiudendosi dietro la propria macchina da presa, come freddo, impassibile operatore, raggiungendo la pura perfezione della professione.
Fondamentale è stato per lui l'incontro con un personaggio secondario, il suonatore di violino, che gli ha trasmesso l'amara consapevolezza che l'arte vera è sempre più minacciata dall'avanzamento tecnologico in atto: la sua sonata finale alla tigre rappresenta un ultimo tentativo di ribellione nei confronti di questa società in cui finzione e meccanizzazione stanno soffocando il sentimento e "la vita".
Gubbio fece proprie queste idee, e le applicò alla propria professione, considerando il cinema come uno squallido ed insulso tentativo di emulare la vita, ma di fronte al quale egli, vista la propria posizione (operatore ...), doveva, riuscendoci, rimanere impassibile.
Varia Nestoroff, diva della Kosmograph, è una donna dai capelli color fulvo, quasi cupreo; corpo elegantissimo, ritto, rigido, snello; ha un sorriso dolcissimo e due occhi freddi e sicuri nell'ombra delle sue lunghissime ciglia.
In lei spesso si notano repentini turbamenti, espressioni sconvolte sconosciute persino a lei sulla pellicola.
Essa non riesce a conoscere e capire l' "ossessa che è in lei", da cui si sente dominata e che si manifesta enigmaticamente nella sua immagine "alterata e scomposta" che appare sullo schermo, e "Vede lì (sullo schermo) una, che è lei, ma che ella non conosce".
Varia cerca aiuto negli uomini, che però sono solo attratti dal suo aspetto fisico.
Il solo Mirelli fu in grado di apprezzarne sentimenti più profondi, che ella stessa non comprendeva, e da cui, per questa ragione, era impaurita.
Con il suicidio del pittore essa decise di auto-infliggersi una grande punizione, ponendosi in una posizione di "esilio dagli altri uomini" attraverso un rozzo, bruto, manesco e maleducato Carlo Ferro come compagno.
Neanche l'illuso barone aristocratico napoletano Aldo Nuti, amico del Mirelli, ma anche causa della sua morte, riesce a conquistare questa donna, e, conscio di non poterla avere, la uccide.

NARRATORE - NARRAZIONE


Gubbio è il narratore delle vicende di questo romanzo, esposto sotto forma di diario dallo stesso narratore.
Egli dunque è una narratore interno, in quanto è direttamente coinvolto negli eventi da lui stesso esposti.
La focalizzazione è posta sul narratore: nel momento in cui Gubbio narra, egli ha già coscienza di come i fatti si evolveranno.
A dimostrazione di ciò vi è un intreccio non strettamente legato alla fabula e una serie di "anticipazioni" da parte del narratore (come ad esempio il fatto che, nominando il violinista, Gubbio dica che questo avrà nei suoi confronti una influenza molto importante).
Il narratore è molto "coinvolto" nelle vicende, tanto che molto spesso si sofferma, proponendo proprie riflessioni e idee filosofiche che spezzano il ritmo narrativo.

INTRECCIO E RITMO NARRATIVO


Il romanzo presenta delle anacronie, cioè delle discordanze fra l'ordine degli avvenimenti e l'ordine del discorso; fabula ed intreccio non coincidono.
Infatti la narrazione comincia con una breve retrospezione di circa un anno, atta ad immergere il lettore nella trama del romanzo, consentendogli di comprendere gli avvenimenti che si svilupperanno in seguito.
Inoltre, all'inizio del Quaderno II, viene presentato una lungo flash-back che riporta il protagonista alla propria gioventù, rievocando i bei momenti vissuti a casa di nonna Rosa.
Sono anche presenti sommari in cui il tempo del racconto è minore di quello degli avvenimenti; tecnica adotta per evidenziare i punti salienti e la chiave di lettura.
Spesso inoltre vengono poste delle lunghe pause riflessive, mediante cui Gubbio puntualizza più volte il proprio disaccordo con quanto sta accadendo nella società, affrettandosi ad affermare però anche la propria capacità di disinteressarsene, essendo "operatore impassibile", in contrapposizione a momenti in cui la narrazione accelera nuovamente.
Complessivamente la narrazione procede abbastanza lentamente.

LINGUA E STILE


Il lessico proposto nel romanzo è molto ricercato; ciò è dimostrato dall'utilizzo abbastanza costante di termini tecnici e specifici del linguaggio cinematografico.
Tale utilizzo può avere il duplice scopo di far entrare ed ambientare il più possibile il lettore nell'opera, e di sottolineare l'importanza sempre maggiore acquisita dalle macchine nella società.
Nonostante questa ricercatezza, comunque, i periodi, anche se piuttosto lunghi e articolati i varie subordinate, risultano abbastanza comprensibili.
Una particolarità del romanzo è l'utilizzo da parte dell'autore di citazioni di altre proprie opere, sia letterarie che, soprattutto, teatrali; non si tratta infatti di semplici collegamenti concettuali, abbastanza usuali in campo letterario, ma di un utilizzo di espressioni prese quasi integralmente da passaggi di queste opere.
Non mancano inoltre alcuni cenni autobiografici da parte di Pirandello (ad esempio il comportamento della moglie del Cavalena, gelosa e ossessionata fino alla follia, ci fa pensare alla pedante moglie dell'autore).

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA


Le idee proposte dall'autore sono svariate; in primo luogo viene sottolineata e contestata la tendenza all'utilizzo di "maschere" da parte degli esseri umani, e dunque la tendenza ad apparire diversamente rispetto alla propria natura reale (un esempio ne è la Nestoroff, che maschera insoddisfazione e disagio con una sfacciata sicurezza e arroganza nei rapporti con gli uomini).
Questo non fa altro che accentuare l'incomunicabilità dei personaggi, aumentandone la sofferenza e il disagio che li pervade.
Il contrasto fra Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà dello scrittore di metterne a nudo l'anima nascosta; di scomporne l'apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi della vita, e di capirne l'intima composizione per metterne in mostra la loro vera forma che si concretizzerà una volta per tutte.
Si comprende inoltre una sensazione di disagio provata dall'autore nei confronti della meccanizzazione del mondo che lo circonda: parliamo di un processo in cui egli stesso, suo malgrado, si trova coinvolto.
Non casuale è la professione di Gubbio, né il suo continuo girare la manovella della camera da presa, obbligato a servirla per mangiare e quindi servo di essa.
Le macchine non fanno altro che accelerare e rendere più vaga la nostra esistenza, già effimera ed alienata per se stessa; Gubbio, e di conseguenza Pirandello, sono consci di ciò e non lo vorrebbero accettare.
Tuttavia il triste epilogo vede il protagonista sconfitto, poiché, sebbene abbia conquistato una posizione rispettabile e invidiabile nella società, diventa muto, e solo ora veramente passivo esecutore: la crudeltà di quello che era accaduto aveva sconvolto Gubbio ad un livello tale da non consentire al protagonista stesso di potersi riprendere.
Gubbio ormai accetta passivamente il tipo di esistenza che lo aspetta, senza più sforzarsi, come aveva fatto in precedenza, di capire a fondo quanto stava accadendo: d'ora in poi si sarebbe limitato ad essere il perfetto operatore, "solo, muto e impassibile": una figura perfetta nel nuovo mondo che andava delineandosi.
Questo processo di meccanizzazione, poi, sta coinvolgendo anche l'arte; il cinema, attraverso cui gli attori possono trasmettere solo finzioni, nuova "arte" di massa, dai grandi e facili guadagni, sta prendendo il sopravvento sul vecchio teatro, ancora in grado di trasmettere veri sentimenti, uccidendolo.
La morte del vecchio suonatore di violino e la situazione finale del nostro operatore sanciscono, sconsolatamente, la vittoria del cinema sul teatro, della falsità, dell'apparenza, dell'ipocrisia, della superficialità sul sentimento, e, in definitiva, della finzione sulla vita vera.
Un punto, toccato dall'autore e a mio parere ancora molto attuale è quello della disillusione: Gubbio vedeva la vecchia casa dei nonni come un rifugio sicuro dal mondo esterno, in grado di evocare in lui sentimenti autentici di sicurezza e di affetto famigliare.
Il fatto che, alla fine del quaderno VI, il protagonista trovi la situazione della nonna e di Duccella degenerata fino al patetico, porta ad una disillusione del protagonista stesso: anche i sentimenti che egli credeva immutabili verso la nonna e Duccella, sono stati inquinati dal tremendo mondo che le circonda, e che sta subendo una "artificiale perdita di valori".
E in un contesto come questo non esistono punti di riferimento saldi ed irremovibili.

BREVE COMMENTO LIBERO

Il romanzo è, a mio parere, nel complesso molto interessante: il processo di "distruzione della personalità" effettuato dal "ragno nero", di cui Gubbio diventa passivo servo, viene ampiamente spiegato da vari interventi riflessivi da parte del protagonista.
Forse il grande utilizzo di questi interventi in alcuni punti rallenta eccessivamente la narrazione rendendo pesante la comprensione complessiva; ma dopo tutto ciò è concepibile, avendo a che fare in definitiva con un diario, in cui il protagonista stesso ammette che egli "soddisfa, scrivendo, uno sfogo prepotente", volendo scaricare la propria professionale impassibilità.
Molto interessante è anche la presenza di una sorta di "organizzazione cinematografica" del diario stesso, in cui "primi piani" di eventi portano all'insorgere di improvvisi ricordi dei numerosissimi e caotici personaggi, agitati da esperienze e passioni.